martedì 9 gennaio 2018

I CONCETTI FONDAMENTALI DELLA PSICOLOGIA ANALITICA DI C. G. JUNG (SAGGIO)


L'uomo non sopporta di vivere 
a lungo una vita priva di senso”.
(C. G. Jung)

C. G. Jung (1875-1961) è nato ed è sempre vissuto in Svizzera. All'inizio della sua professione era uno psichiatra che via via si dedicò sempre di più alla psicoanalisi, proiettandosi in seguito aldilà dell'una e dell'altra disciplina. In sostanza, anche se Jung ha definito l'insieme delle sue riflessioni sull'uomo come psicologia analitica, molte sue idee a mio avviso la trascendono. Probabilmente furono il dissidio e la competizione che instaurò con Freud (unitamente al disconoscimento della vita prenatale) che non gli permise di cogliere l'ampiezza delle sue scoperte. Penso di poter affermare che la psicologia junghiana è un misto di psicologia e di spiritualità. Sostanzialmente la psicologia freudiana è, per così dire, fissata sul passato, mentre la psicologia junghiana concentra di più la sua attenzione sul progetto e quindi sul futuro. Jung fin da piccolo fu immerso in un'atmosfera spirituale, poiché suo padre era un pastore protestante, anche se Jung, da persona sensibile e da figlio prediletto quale era, non ci mise molto a comprendere i limiti e le contraddizioni della spiritualità governata dall'istituzione religiosa. Scoperta dolorosa che egli racconta in una toccante auto biografia scritta con la collaborazione di Aniela Jaffé.[1] L'approccio di Jung sull'uomo e sulla realtà in generale furono sicuramente più esaustivi e amorevoli rispetto a Freud, che si soffermò su di essi perlopiù a livello razionale, scientifico, approccio che soprattutto nell'ultimo periodo della sua vita lo indusse ad avere una visione pessimistica degli esseri umani, che è poi l'inevitabile conseguenza di una visione siffatta. La scienza – ovvero la mente umana –, per quanto possa essere lucida, erudita e sviluppata, ha sempre e comunque una visione limitata dell'uomo e della realtà in generale.

Il percorso di Jung, personale e professionale, lo portò a calarsi sempre di più dentro se stesso cogliendo nelle profondità dell'inconscio elementi che fino ad allora erano poco conosciuti, elementi che hanno poi portato ad una più corretta visione dell'uomo. Infatti, Jung (unitamente ad E. Fromm, Antonio Mercurio e altri autori) ha contribuito a correggere la mutilazione dell'uomo operata dalla psicoanalisi, che considerava l'uomo solo in termini psico-corporei e pulsionali.

Nelle loro dispute teoriche, che li portarono ad una dolorosa separazione, secondo me aveva ragione Freud nel sostenere che Jung voleva eliminarlo a livello edipico. Infatti, è singolare che sull'Edipo, che allora era il fulcro della psicoanalisi e pure incompleto, Jung, da studioso versatile quale era, abbia detto poco o nulla. E aveva ragione Jung nel sostenere che la visione dell'uomo e della realtà di Freud erano parziali (oltre che dogmatiche). Ma loro non si sono potuti chiarire perché nessuno dei due ha voluto mettere in discussione più di tanto il proprio punto di vista. E comunque per entrambi c'era lo scoglio della vita prenatale, di cui allora poco o niente si sapeva, e dove tutto comincia. Neanche la psicoanalisi (la psicologia in generale) è sfuggita alla trappola delle contrapposizioni e delle divisioni, le une e le altre spesso ammantate poi da controversie teoriche e questioni di principio. Le dispute e le contrapposizioni teoriche e dottrinali, di qualsiasi genere, spesso sono un paravento per eludere conflitti personali e per non mettere in discussione la propria visione dell'uomo e del mondo. Comunque sia Jung, Freud, la psicoanalisi in generale, al di là dei suoi limiti, troppo frettolosamente è stata messa da parte da parte, a vantaggio di tanta psicologia usa e getta che poco o nulla ha aggiunto alla comprensione dell’uomo e della vita.  

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La psicologia analitica di Jung è un ampliamento della psicoanalisi freudiana, poiché essa, parallelamente al concetto di inconscio personale, ne amplia la visione – e implicitamente amplia pure la visione dell'uomo –, sostenendo che in esso vi è pure un inconscio collettivo collegato col primo e altresì connesso con l'inconscio di tutti gli esseri umani, passati, presenti e finanche futuri. L'inconscio collettivo è la parte universale ed ereditaria della mente. In qualche modo Jung sostiene che a livello profondo le menti di tutti gli esseri umani sono connesse tra loro! Come si è detto prima, nella psicologia di Jung ci sono diversi concetti nuovi rispetto alla psicoanalisi freudiana, ma la scoperta dell'inconscio collettivo posto negli abissi dell’essere è la più rilevante, poiché con lo studio del medesimo Jung ha contribuito a esplorare la parte più profonda e complessa dell’animo umano.

Jung pensava che l'inconscio collettivo fosse inaccessibile ma, a mio avviso, non è così, perché tutto ciò che nel nostro tempo è inconscio, che è ancora vasto, in futuro sarà via via reso cosciente. Tante risposte e soluzioni ai segreti dell’uomo, della vita e del cosmo tuttora imperscrutabili risiedono nell’esplorazione della vita prenatale. Verosimilmente per eternarsi, neppure i grandi uomini sfuggono alla tentazione di stabilire dei dogmi. Successe la stessa cosa pure ad Einstein, quando egli affermò che l'uomo non potrà superare la velocità della luce. La conoscenza dell'universo e dell'uomo, che sono speculari, sono tutt'altro che compiuti!

Jung nell'occuparsi degli archetipi, s'imbatté altresì con l'alchimia.[2]
L'alchimia principalmente è nata per l'anelito dell'uomo di unificare e armonizzare gli innumerevoli opposti cui è costellata la vita umana fin dalle sue origini nel seno materno, al fine di evolvere ed elevarsi. La vita è una continua lotta tra opposti, e tali rimangono per sempre se man mano non sono svelati, assunti e armonizzati. L'alchimia suprema degli opposti consiste nelle nozze alchemiche cioè nella fusione del principio maschile e del principio femminile, dentro di sé e fuori di sé. Ci sono molti miti e poemi in ogni angolo della Terra che raccontano storie siffatte, in specie l’Odissea.[3]

Il complesso, altro termine junghiano, è come una forza gravitazionale che attrae a sé ogni cosa. I complessi, secondo la definizione di Jung:

Sono parti psichiche frantumate della nostra personalità, gruppi di contenuti psichici che si sono staccati dalla coscienza e funzionano in modo arbitrario e autonomo, conducono un'esistenza a parte nelle zone oscure della mente, donde possono in ogni momento ostacolare o favorire le prestazioni coscienti.

Il complesso opera aldilà della consapevolezza della persona.
Sono i sogni, le proiezioni e i lapsus che indicano la sua presenza.
Il complesso è come un satellite estraneo (inconscio) della personalità ma che determina la vita conscia delle persone in modo consistente. In sostanza, il complesso non è altro che l'indicatore di una frattura della mente. Ci sono fratture della mente in tutti gli esseri umani, fratture microscopiche e fratture macroscopiche dovute ai diversi traumi che si sono patiti (e a come ci si è posti dinanzi ad essi).

Jung ha pure ampliato il concetto di libido (e del sogno), sostenendo che per lui la libido non è solo quella sessuale, così come aveva sostenuto Freud, ma che essa riguarda l'energia psichica nella sua totalità. Per quanto concerne il sogno, lo stesso è come un termostato tra il conscio e l'inconscio, un regolatore dell'equilibrio psichico. Secondo Jung il sogno può essere compreso attraverso l’amplificazione e non solo tramite l'interpretazione, come propose Freud. Sia Freud che Jung sostennero che la via regia per conoscere l'inconscio è l'interpretazione dei sogni. Oltre il sogno, la proiezione ha altrettanta efficacia, se non addirittura superiore, per la conoscenza dell’uomo.

Con i termini estroversione e introversione, Jung intende due categorie di persone: nell'estraversione il soggetto è più portato a riferirsi alla realtà esterna, mentre nell'introversione è più portato all'interiorità.
 L'estravertito, in virtù del suo temperamento, è più facilitato a relazionarsi con gli altri e col mondo, ha la continua necessità di mantenere un costante collegamento con qualcuno o con qualcosa. L'introvertito è più riservato, ma non per questo è un isolato o un narcisista. È solo più riflessivo e meditativo. Di solito, non sempre, l'estroversione è considerata in positivo e l'introversione in negativo, e comunque l'una caratteristica non esclude l'altra all'interno della stessa persona. Secondo Jung l'una e l'altra categoria di persone sono portate ad interpretare la realtà diversamente.

Un altro importante concetto junghiano è il processo di individuazione.
Il fine dichiarato della psicoanalisi è essenzialmente quello di rendere conscio l'inconscio. Il processo d'individuazione consiste nella graduale presa di coscienza della propria Persona, per Jung la maschera che ogni individuo indossa per relazionarsi con gli altri e la realtà. Poi la consapevolezza della propria Ombra, cioè di parti inconsce, rimosse e non, perché non tutto ciò che è inconscio è rimosso. In sostanza, il processo di individuazione mira alla conoscenza di se stessi e all’unificazione degli opposti e quindi della persona.
Il fine del processo d’individuazione è di rendere un soggetto integro e maturo, capace di relazionarsi con gli altri in piena autonomia e libertà.
Secondo Jung il processo di individuazione è il compito e il fine della vita.

Con il termine Persona Jung si riferisce a quella parte della personalità ordinaria che si relaziona con la realtà esterna.

Per l'uomo altrettanto ben adattato al mondo esteriore che al proprio mondo interiore la Persona è una specie di baluardo protettivo necessario ma elastico, che gli assicura una relazione facile, uniforme e relativamente naturale col mondo esterno. Ma può divenir pericolosa appunto a causa della comodità con cui la sua vera natura può nascondersi dietro una simile forma di adattamento divenuta abituale. Allora essa s'irrigidisce, si meccanizza e si trasforma in una maschera (nel vero senso della parola), dietro la quale l'individualità, ossia ciò che l'uomo è nella sua vera sostanza, languisce e soffoca.[4]

Il concetto di Persona junghiano ha delle similitudini col concetto del falso Sé descritto in psicoanalisi da Winnicot e da altri autori. L'Ombra sono tutte quelle parti, positive o negative, presenti e sconosciute al soggetto stesso. Pertanto l'Ombra è la parte, o meglio ancora, sono le parti inconsce presenti in ogni essere umano, che si possono man mano assumere e integrare, o rimanere rimosse e quindi scisse. Se si assumono la personalità del soggetto si sviluppa e si accresce sempre di più. Se invece si disconoscono di continuo possono creare disagi d'ogni genere, dentro di sé e fuori di sé.
L'Ombra non si riferisce solo a ciò che è rimosso, e quindi all'inconscio personale, ma a tutto ciò che è inconscio in generale, quindi anche a quello che scaturisce dall'inconscio collettivo. Tutto ciò che fa parte dell'Ombra è soggetto ad essere proiettato. L'uomo che s'identifica solo con la parte esteriore di sé, ovvero con la Persona, è in balia dell'Ombra perché significa che non l'ha ancora svelata e integrata.

Un altro importante studio fatto da Jung è sugli archetipi dell’Anima e dell'Animus. Gli archetipi sono immagini, simboli ancestrali presenti in ogni essere umano e generalmente sono di natura numinosa.
Gli archetipi sono simboli, mitici e spirituali, presenti e simili in tutti i luoghi della Terra, anche se i diversi popoli e culture li hanno interpretati e denominati diversamente.
Sono stati interpretati, definiti e divulgati diversamente pure secondo il periodo storico. Non solo, ma gli attributi e le definizioni dei simboli archetipici, spesso sono frutto di fantasie e soprattutto proiezioni umane. Ecco perché non c’è un solo dio!
L’arte e la religione vi hanno attinto e vi attingono a profusione nei simboli, archetipici e non. Gli esseri umani si nutrono di simboli e metafore.

Gli archetipi sono diversi e simbolizzano i grandi eventi della vita, la parte umana e la parte divina dell'uomo e la loro intima relazione e compenetrazione (Nascita, Vita, Trasfigurazione, Morte e Resurrezione, Gea, la Grande Madre, Maria, la Vita, Zeus, Dio, Brahman, il Vecchio Saggio, il SÉ Cosmico, Atena, il Fanciullo, Cristo, il SÉ Personale, la Trinità, e, appunto, l'Anima e l'Animus e altro ancora).

L'idea di Anima e di Animus di Jung non ha niente a che fare con la dottrina religiosa dell'anima. Infatti, col concetto di Anima Jung indica il principio femminile presente nell'uomo e con Animus il principio maschile posto nella donna. L'una e l'altra dimensione sono poste nell’inconscio collettivo, perciò se ne ha solo una vaga percezione. L'Anima e l'Animus, così come qualsiasi altra parte che è posta dentro l'uomo, possono essere proiettati. E quando ciò avviene le persone che le ricevono non sono considerate e trattate per quello che realmente sono, ma per quello che si desidera o si attribuisce loro.
Jung esaltò le qualità dell’animo femminile nel seguente modo:

La donna, con la sua psicologia molta diversa, è ed è sempre stata una fonte di informazione sulle cose che l'uomo non sa vedere, può essere la sua ispirazione; la sua capacità intuitiva, spesso superiore a quella dell'uomo...può mostrargli strade che il suo sentimento, caratterizzato meno personalmente, non avrebbe mai scoperto... Ecco, senza dubbio una delle fonti principali della qualità femminile dell'anima [...]. (Jung, Psicologia e alchimia).

Il processo di individuazione ci conduce ad un altro importante concetto Junghiano: il Sé. Questo termine indica l'ultima stazione sulla via dell'individuazione, che Jung denomina come divenire del Sé. Soltanto quando è stato trovato e integrato questo punto intermedio l'uomo può dirsi completo.[5]

Per Jung il Sé è la totalità della personalità psichica, conscia e inconscia, anche se ciò sembra in contrasto con la sua esposizione del medesimo. Infatti, allorché Jung descrive quelle che per lui sono le caratteristiche del Sé, con lo psichico non hanno niente in comune. Per esempio, ciò lo si può dedurre quando Jung afferma che quello che trasforma un individuo in un essere spirituale e in una persona etica è l'emersione del Sé. Poi sostiene che il collegamento col proprio Sé dà luogo a quella visione più alta e più limpida della vita che gli orientali definiscono come illuminazione.
Poi afferma che coloro che riescono a sintonizzarsi con il proprio Sé sono da ritenersi degli eletti perché sono in contato con il divino che è in loro e con la divinità. In tutto ciò c'è poco di psichico perché la psiche, per sua intrinseca natura, ha una visione della vita limitata e legata al contingente.

Un altro consistente contributo dato da Jung è sul significato da attribuire al simbolo. Jung n'ampliò il significato attribuitogli da Freud. Contrariamente a Freud, che considerava il simbolo solo in termini tangibili – vale a dire che Freud associava il simbolo a persone e oggetti reali, escludendo così che il simbolo potesse avere anche un significato astratto –, Jung invece sostenne che il simbolo può avere sia un significato materiale che immateriale. Il simbolismo psicoanalitico e il simbolismo archetipico si completano a vicenda, perché l'uno si riferisce di più all'inconscio personale e alla dimensione psichica e l'altro all'inconscio collettivo e alla dimensione spirituale e Trascendentale dell'uomo.

Un'altra grande intuizione di Jung è il principio di sincronicità.
Jung era uno studioso a tutto campo e sempre pronto e aperto al divenire (così come dovrebbero essere tutti coloro che si occupano dell'uomo, senza rinserrarsi in teorie precostituite e dogmi e in discipline e assolutizzarle) e conosceva le scoperte scientifiche dell'inizio del novecento (la teoria della relatività di Einstein e la fisica quantistica, le due teorie sulla struttura dell'universo che tuttora attendono di essere unificate), visioni del mondo che avevano demolito la precedente teoria statica e meccanicistica cartesiana-newtoniana, sostituendola con nuove teorie dinamiche e relazionali.
Jung intuì che c'era una correlazione tra le varie discipline, e quindi cercò di trasferire nel linguaggio della psicologia le anzidette scoperte (tra l'altro che macrocosmo e microcosmo sono fatti ad immagine e somiglianza è noto da tempo, specialmente alle filosofie orientali).
La cosmologia odierna ha confermato che l'universo, nella sua parte più intima, ha una struttura relazionale e non solo geometrica. Secondo Jung i fenomeni sincronistici accadono per un sapere aprioristico presente e attivo nell'inconscio. Jung denomina sincronicità un principio esplicativo che integra la causalità, e la definisce “Una coincidenza temporale di due o più eventi non correlabili tra loro causalmente di significato uguale o simile” (il principio della sincronicità si rifà soprattutto alla fisica quantistica). Come a dire che nell'universo c'è una trama sottile e invisibile che unisce gli uomini e tutte le cose. L’universo è una sterminata nuvola di energia interconnessa e interagente dappertutto. Siamo già cablati. C'è già un Internet stellare!
(Gabriele Palombo)





[1] Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni e riflessioni, ed. BUR, Milano 2006
[2] C. G. Jung, Psicologia e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino 1995
[3] Antonio Mercurio, Ipotesi su Ulisse, ed S.U.R., Roma 2007
[4] J. Jacobi La psicologia di C. G. Jung, Boringhieri, Torino 1971, pag. 158
[5] J. Jacobi, op. cit. pag. 45-46