giovedì 3 maggio 2012

L'AMORE PER SE STESSI (SAGGIO)

L'amore per se stessi è il prerequisito per realizzare 
qualsiasi progetto e sogno esistenziali”.

L’amore per se stessi è l’indispensabile prerequisito per qualsiasi altra specie di amore. Chi non apprende e decide di amare se stesso, difficilmente potrà amare qualcun altro, o se amerà, lo farà in modo confuso e limitato. Ovvero amerà l’altro o in modo narcisistico, cioè perché prolungamento inconscio di se stesso, o amerà in modo passionale, ossia edipico, o simbiotico, cioè amerà il partner come surrogato della figura materna. Invero è fuorviante definire unioni del genere come rapporti di amore, poiché essi sono più incastri mentali e affettivi reciproci.
Amare significa donarsi in libertà e non farsi soggiogare e divorare o essere posseduti dalle passioni, che di solito è ciò che accade negli anzidetti rapporti, relazioni che comunque è necessario attraversare e superare per conquistare l’autentica capacità di amarsi e amare. Perciò è fondamentale chiarirsi cosa s’intende amare se stessi, anche perché per diverso tempo ci è stato insegnato che l’amore per se stessi è peccato e che dobbiamo amare solo e unicamente gli altri, cosa per altro impossibile! Tanto è vero che le conseguenze di una concezione dell’amore siffatto sono sotto gli occhi di noi tutti. E comunque l'amore non è, non può essere un comandamento, ma un'opportunità. L’amore, così come qualsiasi altro comportamento umano, si può realizzare e praticare solo nella libertà. Perché l’amore senza libertà è cieco (e la libertà senza amore è impotente). Sono la libertà e l’amore, unitamente alla verità, che ci permettono di creare una comunione profonda e stabile con noi stessi e con un partner, con i nostri simili e con il Creato.
Imparare ad amare se stessi, è fondamentale per il seguente motivo (e per altri che analizzeremo in seguito): poiché senza amore non si può vivere, o impariamo ad amare noi stessi o dipenderemo sempre, in maniera necessitante e infantile, dell’amore degli altri, soprattutto dall’amore genitoriale. Perciò chi apprende e decide di amarsi, non sarà più in balia degli altri e dagli eventi della vita, perché è innanzi tutto il bisogno di accettazione, di riconoscimento e di amore che spinge gli esseri umani alla dipendenza e alla sottomissione. È la sfiducia e innanzi tutto il poco amore che nutriamo per noi stessi che c’inducono a scegliere, e non ad incontrare casualmente, persone che ci rifiuteranno o che ci faranno del male.
L’amore degli altri è propedeutico, può essere necessario e propedeutico prima per decidere di amarsi e poi di amare, perché non c’è persona al mondo che possa indurne un'altra ad amare se stesso e il prossimo se non lo decide la persona stessa. Tutto l’amore del mondo può essere vano se non ci accettiamo e ci trasformiamo, se non impariamo e decidiamo di amare noi stessi. Per questo l’amore degli altri, per quanto maturo e appassionato, non potrà mai cambiare il cuore di nessuno. L’amore per se stessi è figlio della libertà e della verità, ed è figlio dell’amore per il SE’ e dell’amore del SE’. Se impariamo ad amare noi stessi non c’è ostacolo, anche quelli apparentemente impossibili, che non possano essere affrontati e superati.
La conquista della capacità di amarsi e di amare richiede, ovviamente, l’atto di perdonarsi e di perdonare tutte le volte che è necessario. Per sviluppare la capacità di amarsi sempre di più e compiutamente è necessario svelare il proprio odio e male, assumerseli, cioè assumersi la colpa, e percorrere la strada del perdono fino in fondo. Il perdono è il trionfo dell’amore. Perciò l’amore, in tutte le sue forme, è uno stato dell’essere. L’amore, in tutte le sue forme, si può accrescere all’infinito trasformandosi di continuo. È l’amore la chiave della vita, nel senso che è attraverso esso che possiamo svolgerla interamente e fino in fondo e realizzare il progetto in essa racchiuso.
Per quanto riguarda l’amore per se stessi, è bene precisare che è fondamentale accettarsi da subito senza sì e senza ma, vale a dire accettarsi incondizionatamente e fino in fondo per quello che siamo in ogni momento della nostra vita, senza aspettare di essere chissà che cosa per farlo. La vita è un perenne Essere e Divenire! Noi siamo già persone; siamo già capaci di amarci e di amare. Il fatto che possiamo sviluppare sempre di più l’amore per noi stessi e per gli altri, non può e non deve essere un impedimento dall’accettarci e dall’amarci fin da subito, dall’amarci qui e ora. Se per deciderci di amarci e di amare supponiamo che dobbiamo essere perfetti, o rimandiamo tale decisione per qualche altro motivo, allora significa che ci stiamo creando un alibi per non farlo adesso.
Ma qui si pone un problema: è possibile che una persona riesca ad amare se stesso senza avere prima ricevuto amore dagli altri, primariamente dalle figure genitoriali, innanzi tutto dalla figura materna? Si, è possibile. È possibile nella misura in cui una persona riesce a rivolgersi al proprio SE’ e ad attingere da questa inesauribile fonte di amore, per la seguente ragione: che l’amore del SE’, diversamente dell’amore dei genitori (o di altri) che spesso è condizionato, è un amore incondizionato, appassionato e inestinguibile. Ci sono esempi sublimi in tal senso. E, in ogni caso, bisogna tenere presente che per quanto una persona possa essere stata rifiutata e strumentalizzata, o addirittura violentata, in qualche modo è stata amata, se no la vita non si sarebbe potuta sviluppare. Chi non si sente mai amato da nessuno è perché è lui stesso che non si ama e che non vuole essere amato da chicchessia a causa dello smisurato orgoglio che lo possiede. Non vuole essere amato, perché non vuole amare. Non vuole amare, perché vuole restare nell’odio per vendicarsi. Persone del genere, pur essendo spesso amate, ragionano così: “Nel passato sono stato ferito e non sono stato amato come io avrei voluto e quindi adesso non voglio più niente da nessuno”. Oltre a ciò, chi suppone di non essere amato da nessuno è perché attribuisce al prossimo la sua sfiducia nella possibilità di potersi amare. Diversamente come si spiegano odi e rancori eterni di tante persone? Il segreto per essere amati è di rendersi amabili cioè di rendersi accessibili all’amore degli altri. Il mondo, se ci rendiamo disponibili al fluire dell’amore e a riceverlo, n’è permeato dappertutto.
L'amore per se stessi, chiaramente, non si deve confondere con il narcisismo, poiché il primo è amore verso l'essenza e la totalità del proprio essere, soprattutto è amore per il proprio SE', mentre il narcisismo è un attaccamento morboso e tenace per la parte più esteriore di sé, ovverosia per l'Io psichico e il falso sé. Il narcisismo è una peste, è la peste dell’uomo odierno, dove l’apparire ha quasi completamente oscurato l’essere. Il narcisismo finalizzato a costruirsi un’immagine e a ingigantirla senza sosta (per quanto riguarda ciò, può essere utile sapere che quanto più una persona si affanna per rendersi famosa e visibile agli altri, tanto più rischia di diventare sconosciuta a se stessa). La seduzione fine a se stessa, la brama di denaro e di potere, l'esasperato cerebralismo, il successo rincorso a tutti i costi e con ogni mezzo, l'ambizione sfrenata che calpesta senza sosta la propria e altrui vita, sono i valori dominanti di questa società violenta, corrotta e alla deriva che sta per essere spazzata via per fare posto ad un mondo nuovo dove, si spera, sia l’uomo al centro e il protagonista della vita e non i disvalori sopra citati.
Sfortunatamente molte idee sballate sull’amore (l’amore perlopiù basato sulla fisicità e spesso confuso con la sessualità, che l’amore per se stessi è egoistico e quindi peccaminoso, che per amare basta un atto volontaristico, o che la capacità di amare la acquisiamo spontaneamente nel corso della crescita) traggono origine, oltre che da una concezione popolare, anche da una secolare educazione dell’uomo all’esteriorità a scapito dell’interiorità, cioè ad indurlo a ricercare la soluzione dei problemi esistenziali al di fuori di se stesso anziché al suo interno. E questo non è un caso che sia accaduto, perché se si vuole dominare l’uomo è sufficiente distoglierlo da se stesso e spogliarlo del suo potere e delle sue parti positive. Il potere racchiuso nell’uomo, cioè il potere reale sulla e della propria vita, da non confondere con la volontà di potere, in atto e in potenza, è enorme! Il primo è il potere sano che sviluppa la nostra e altrui vita. Il secondo è il potere malsano che la opprime, è il potere dominante della società odierna in cui siamo immersi come pesci nell’acqua.
Alla fine ci può essere utile riassumere e completare i motivi per i quali è fondamentale sviluppare l’amore per se stessi. Primo perché se non impariamo ad amarci, rimarremo sconosciuti a noi stessi. Dopo perché se no saremo sempre dipendenti dell’amore degli altri. Poi perché se impariamo ad amarci interamente e fino in fondo, se facciamo affidamento sulle nostre parti positive e soprattutto sul nostro SE’, possiamo liberarci di tutto ciò che opprime la nostra vita e sconfiggere persino la morte. Dopo ancora perché il processo di crescita e di auto guarigione o di guarigione dipende dalla quantità e dalla qualità di amore che riusciamo ad esprimere verso noi stessi e verso gli altri. Poi, punto questo molto importante, perché per curare i traumi psichici può bastare l’amore degli altri, ma per sanare i disagi corporei e i mali dell’anima è indispensabile l’amore per se stessi. Infine amarsi e amare significa vivere in pace e in armonia con se stessi, con gli altri e la Natura.

lunedì 23 gennaio 2012

SINTESI DEI CANTI DELL'ODISSEA FATTA DA GABRIELE PALOMBO


I miti sono lo scrigno dei sogni dell’umanità, sono degli scrigni che aspettano di essere dischiusi”.
(G. Palombo)

Prefazione

I miti cosmogonici, unitamente alle mitologie religiose e all’arte, sono zeppi di simboli archetipici, metafore e allusioni da interpretare che celano profonde ed universali verità. 
Il mito è il più poderoso, profondo e completo linguaggio simbolico che l’uomo abbia mai concepito. I simboli presenti nei miti e mitologie, nell’arte e nelle fiabe solitamente sono plurisignificanti, nel senso che si prestano a diverse interpretazioni.

I simboli, in specie quelli archetipici, sono simili dappertutto anche se diversamente compresi da luogo a luogo e sono posti nella profondità dell’essere, nell’inconscio collettivo, e da lì emanano energie assai potenti, energie che, in positivo e in negativo, influenzano massicciamente e quasi sempre a loro insaputa la vita degli esseri umani. Cosa che i creatori di miti e gli uomini di religione, i poeti e gli artisti in generale sanno, o perlomeno intuiscono, perché vi attingono a profusione e prosperano su di essi da secoli e che gli uomini di scienza perlopiù ignorano perché suppongono che la mente possa penetrare ogni cosa. Una marea di esseri umani, in specie le masse, si nutrono prevalentemente di simboli e metafore.

Ne deriva che, laddove sono errati o parziali, se non cambiano i miti, non cambiano i riti ad essi associati; se non cambiano i riti, non cambiano i miti; se non cambiano miti e riti, e simboli ad essi connessi, non può cambiare più di tanto l’uomo.
Miti e riti, simboli ad essi inerenti, spiritualità e divino sono un tutt'uno.

I simboli religiosi, diversamente dai simboli inerenti ai miti, spesso sono confusi e confusivi, se non addirittura secondo me contraffatti. E dal momento che l’umanità, per la stragrande maggioranza, si è fondata e tuttora si fonda su mitologie e miti parziali o addirittura fasulli del passato, la civiltà è a tutt'oggi un miraggio perché la stessa, la civiltà di un popolo, si misura sui miti che si è dato o che si dà.
L’uomo che lo voglia o no, che ne sia cosciente o meno, è immerso nel mito e ne è costantemente influenzato. Il mito è il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro, è la storia reale ancora da realizzare. Se non avessimo mai conosciuto i capricci degli orientali e se Omero fosse rimasto la nostra Bibbia, l’umanità in tal modo avrebbe acquisito una ben diversa figura”. (W. Goethe)

Miti cosmogonici (l’Odissea), poemi (la Divina Commedia) e mitologie religiose (il monoteismo), con i loro potenti simboli archetipici, trattano della spiritualità, sono un modo diverso di proporre la spiritualità e il divino. Sono un modo diverso di educare l’uomo alla spiritualità. Innanzitutto trattano del senso e del progetto della vita umana e del senso e del progetto inscritto nel nostro universo, l'uno e l'altro simili. Ciò che li contraddistingue di più è che la religione si impone, mentre il mito si propone. Nella religione si frappongono degli intercessori tra l’uomo e il divino, nel mito c’è un rapporto diretto
Non c’è bisogno né di templi né tanto meno di sacerdoti per vivere la spiritualità.
La religione esige un’ubbidienza pressoché totale e incondizionata alle sue dottrine e dogmi, il mito propone un percorso esistenziale, un viaggio iniziatico, che è quello portato a compimento da Ulisse. 
Detto ciò, passiamo alla sintesi dei canti dell’Odissea.

Canti I - II - III - IV

I primi quattro canti (o libri) dell’Odissea si riferiscono al percorso esistenziale di Telemaco che, dietro suggerimento di Atena, si separa dalla madre per andare per mare (a Pilo da Nestore) e per terra (a Lacedemone o Sparta da Menelao) “alla ricerca del padre” al fine di crescere e diventare adulto. Nestore e Menelao sono due preziose figure paterne sulle quali Telemaco si può identificare positivamente al fine di sviluppare la sua identità virile, che sarà poi completata nell'incontro con suo padre.

In merito ad Atena, la "dea dagli occhi lucenti", come la definisce Omero (noi la definiamo il SÉ, ma le definizioni possono variare; quello che è invece fondamentale sapere sono i suoi reali attributi), la saggezza più profonda presente in ciascuno di noi fin dalle origini della vita nel seno materno e per tutto l’arco vitale, ci sprona e ci sostiene premurosamente, specialmente nei passaggi cruciali della vita. Se noi riusciamo a sintonizzarci e a seguirlo costantemente niente c’è precluso, nel senso che possiamo rendere possibile quello che apparentemente sembra impossibile.

Per comprendere l’intimo e inscindibile rapporto e progettualità esistenti tra Ulisse e la Divinità – tra l’uomo in generale e la divinità –, rappresentata nell'Odissea da Zeus, Atena ed Ermes, si rimanda al libro di Antonio Mercurio "Ipotesi su Ulisse", ed. S.U.R., Roma 2007, che si può scaricare anche in formato Ebook sul sito Amazon a 0,99 centesimi. 
In Omero l’uomo e la Divinità non sono separati, né tanto meno gli Dèi sono onnipotenti e perfetti e quindi sufficienti a loro tessi, così come c’è stato insegnato per secoli, ma, sostiene Mercurio, cooperano insieme per la realizzazione di un progetto comune: la creazione della bellezza seconda. Nel corso della sua lunga, impegnativa e travagliata odissea Ulisse rimane in costante dialogo con Atena attraverso la preghiera. (Antonio Mercurio: “La preghiera degli Ulissidi”, ed. S.U.R., Roma)

Il cammino iniziatico di Telemaco, irto di ostacoli e pericoli, è il passaggio dal mondo materno al mondo paterno, il passaggio dall'età infantile all'età adulta che ogni essere umano deve, può compiere se vuole sciogliere e liberarsi dall'abbraccio paralizzante e mortifero della simbiosi con la figura materna e diventare una persona libera e matura. Unione che, e bene ricordarlo, è sempre bidirezionale, nel senso che non è solo la madre che lega a sé il figlio, ma è anche il figlio che a sua volta lega a sé la madre, rimanendo così incastrato in essa, in specie quella fetale, legame che più di ogni altra cosa frena o addirittura paralizza e svilisce, imbruttisce e divora la vita umana. 
La matrice del sadomasochismo e altre bruttezze è il rapporto in questione. La più grande ipoteca sulla vita umana è la vita prenatale continuamente negata e rimossa.

Telemaco non informa la madre della sua decisione di staccarsi da lei e di andare alla ricerca del padre per il timore, fondato, che lei potrebbe dissuaderlo. Infatti, sono tante le madri che da sempre si frappongono tra il figlio/a e il padre, impedendo così ai figli di andare verso il padre al fine di svilupparsi e crescere, di diventare delle persone libere e mature, di passare dal mondo materno al mondo paterno, di passare da uno stato fetale-fusionale e quindi confusivo a uno stato di emancipazione e individuazione personale, di passare dal principio del piacere al principio di realtà e via discorrendo.
Tante madri nascondono letteralmente il padre ai figli, in specie lo nascondono ai figli prediletti, per continuare a esercitare il possesso esclusivo su di essi, col risultato che gonfiano a dismisura il loro ego e ne fanno dei tiranni, ovviamente con la complicità dei figli, perché nessuno può essere strumentalizzato e usato da chicchessia all’infinito se non vuole.  

Il rapporto con la figura materna, e principalmente la vita prenatale, è il labirinto cui è posta la vita umana fin d’allora ed è necessario del tempo, molto coraggio, infinita pazienza e altrettanta saggezza per trovare un modo per uscirne per sempre. Telemaco e Penelope, senza l’aiuto di Ulisse, non avrebbero potuto liberarsi del mondo materno. Ulisse ha potuto sostenerli in questo passaggio cruciale della loro vita perché, ovviamente, se n’è liberato prima lui attraverso le esperienze fatte con le donne durante il suo percorso esistenziale e, come si è ricordato prima, con l’aiuto indispensabile di Atena.
La vita prenatale, coi suoi diversi segreti, è inaccessibile senza la sua guida e il suo sostegno. L’uomo è e rimane un abisso insondabile senza l’amore e la saggezza del SÉ.

La figura del padre bisogna scoprirla e riscoprirla tante volte, per un motivo molto semplice: perché il materno e il femminile sono legati di più alla Terra, mentre il paterno e il maschile sono ancorati di più al Cielo. Senza una consistente e solida figura paterna e maschile, e soprattutto senza il soccorso del SÉ Personale e del Cosmico (vedi l’episodio di Ulisse nell'isola di Ogigia dalla maliarda Calipso e quello con la maga Circe), non si esce definitivamente dal mondo materno e da ciò che tale stato comporta, principalmente la stasi della vita. Senza una consistente e solida figura paterna la famiglia e la società nel suo complesso rischiano di precipitare nel caos e nella barbarie, che poi è quanto sta accadendo in questa nostra smarrita epoca. Tale condizione è ben rappresentata a Itaca durante l’assenza di Ulisse.

Così era allora e così è sostanzialmente oggi a distanza di millenni, perché siamo ancora invischiati nei vissuti intrauterini. Perciò fino a quando l’uomo non si libera dell'influsso materno e dell'Io fetale, finché non si libera delle violente passioni stabilite fin d'allora, la vita rischia di rimanere sempre simile a se stessa. È il disconoscimento e quindi l’immutabilità della vita prenatale, unitamente alle mitologie su cui ci siamo fondati, che ci fanno girare in tondo da secoli. I corsi e ricorsi storici, l’eterno ritorno dell’identico, sono i vissuti prenatali che, per tutto il tempo che non sono svelati e superati, si ripresentano ciclicamente con i loro potenti e distruttivi vissuti.

Per tutto ciò, non si nasce né liberi né tanto meno felici, così come ingenuamente spesso si è supposto. Si può diventare liberi e felici, questo sì, trasformandosi costantemente, fin dalle origini della vita nel seno materno, dove tutto comincia. La libertà, meta da sempre tanta agognata, in parte è un dono (il libero arbitrio, la facoltà di scelta) e in parte, la maggior parte, è una lunga e dura conquista personale.
Alla fine fin cosa altro è il lungo e fantastico viaggio di Ulisse, se non la rincorsa alla libertà e alla verità, la conquista della capacità di amare tappa dopo tappa, libertà, verità e amore finalizzati a creare la bellezza seconda che lo renderà immortale.[1]

Canti V - VI - VII - VIII

L’approdo di Ulisse da Calipso è posto da Omero nel canto V dell’Odissea, ma in realtà il suo arrivo a Ogigia avviene dopo l’episodio delle Vacche Sacre del Sole all’isola Trinacria. Quindi, a rigor di logica, sarebbe il canto XIII. Ma c’è da presumere che se Omero ha posto il canto in questione lì dov’è, un motivo ci deve essere e secondo me è il seguente: Omero ci vuole far riflettere sul percorso parallelo che Telemaco e Ulisse stanno compiendo per affrancarsi dal mondo materno. Nell’Odissea il mondo materno e femminile sovrasta il mondo maschile e paterno. Questo accade non solo nell’Odissea, ma a tutt’oggi è la condizione umana in generale e dappertutto, perché l’umanità sostanzialmente è ancora dentro l’utero, non completamente nata, succube dello strapotere materno prima e femminile dopo.
Telemaco sta navigando per separarsi dal legame incestuoso e simbiotico con la madre edipica e preedipica. Ulisse ha navigato e sta navigando per separarsi dalla simbiosi fetale con la madre-utero incestuosa, ammaliante e possessiva ("che a forza lo tiene") rappresentata da Calipso e, al femminile, sta navigando pure Penelope per liberarsi dei Proci. L’una e l’altra simbiosi, prenatale e orale, sono qualitativamente quantitativamente diverse tra di loro.

Tra la vita nell’utero e quella subito dopo la nascita vi è naturalmente una continuità, nel senso che i vissuti prenatali si riversano pari pari in quella successiva e nella vita adulta in generale. Per questo oggi la simbiosi orale è stata assimilata da quella prenatale. Della simbiosi orale, all'incirca il primo anno di vita dopo la nascita, si sa praticamente tutto per merito della psicoanalisi.
La simbiosi prenatale (o simbiosi intrauterina o incesto intrauterino) l’ha indagata e descritta minuziosamente Antonio Mercurio nel suo stupendo libro prima citato, unitamente agli altri significati del fantastico viaggio di Odisseo e di cui si consiglia la lettura e la rilettura più e più volte per coglierne tutta la ricchezza, la sapienza e la bellezza che esso contiene.
Ciò che contraddistingue di più l’una simbiosi dall’altra, è che la separazione dalla simbiosi fetale non si riferisce solo al distacco dalla propria madre ma è molto di più. È anche la separazione da Poseidone (o Nettuno) e dall’utero cosmico che ci contiene. E per liberarsene definitivamente e catapultarsi nello spazio infinito, come Ulisse, c’è un lungo e impegnativo percorso esistenziale da portare a compimento.
In sostanza, è una separazione totale da tutto e da tutti. Questo spiega la lunga permanenza di Ulisse da Calipso, sette lunghi anni, cioè più di due terzi dell’intero Nostos (dieci anni). E questo spiega anche perché Ulisse giunge solo e nudo dai Feaci, ovvero vi giunge completamente purificato, senza più maschere e travestimenti che lo hanno contraddistinto fino ad allora. Ulisse qualche volta si è mascherato per ingannare il prossimo, altre volte si è nascosto per proteggersi dalla violenza e dalla volontà omicida di tante persone che ha incontrato sul suo cammino.

È Ermes (o Mercurio), messaggero divino inviato da Zeus (o Giove) per intercessione di Atena, che impone a Calipso di lasciare partire Ulisse. Calipso prima se ne dispiace ma poi capisce che non è il caso di opporsi al volere degli dèi e consente a Ulisse di riprendere la navigazione. La ninfa non solo lo aiuta a costruirsi una zattera per andarsene dalla sua isola ma gli dà anche delle preziose indicazioni sulla rotta da seguire nel suo viaggio di ritorno. L’isola della dea Calipso è posta ai confini del mondo. È il luogo più distante che Ulisse ha visitato nel suo lungo e interminabile peregrinare. Da essa non è possibile distaccarsene senza il sostegno degli dèi. Senza la guida e il soccorso del SÉ, la vita prenatale è e rimane un tabù, rimane un labirinto e una prigione.

Dopo diciassette ininterrotti giorni di navigazione sulla zattera, Ulisse arriva all’isola di Scheria, un posto surreale. Qui, a causa dell’ostilità di Poseidone, dovuta, secondo quanto narra Omero, all’accecamento di suo figlio Polifemo da parte di Ulisse nel più cruento e forse anche più famoso canto dell’Odissea, il dio del mare e delle acque scatena una spaventosa tempesta e Ulisse rischia di soccombere. Poi, distrutta la zattera, rischia di sfracellarsi sugli scogli. In suo soccorso interviene prima la ninfa Ino, con un velo magico, e poi Atena che placa i venti e così Ulisse può raggiungere la riva, dove sfocia un fiume. Qui giunto prega il fiume per averlo accolto nella sua foce e poi si ristora con un lungo sonno.

Poseidone è ostile a Ulisse perché Ulisse è ostile al dio, cioè è ostile alla figura materna interiorizzata, e finché Ulisse non si assume la colpa e scioglie il suo odio col perdono, Poseidone continuerà a essere presente nella sua vita e a perseguitarlo. È l’odio che ci tiene legati a rapporti malsani e violenti e al passato. Le persone che incontriamo nella vita e le esperienze che viviamo, riflettono il nostro livello di evoluzione interiore, sono lo specchio del nostro mondo interno. Se siamo in conflitto con noi stessi, c’imbatteremo in gente ostile e violenta e mostri di ogni genere, come il primo Ulisse. Se siamo in pace, incontreremo persone da rispettare e amare ed essere amati (i Feaci).

La mattina dopo sulla spiaggia ci sarà l’incontro con Nausicaa, figlia del re Alcinoo e della regina Arete del popolo dei Feaci, una ragazza giovane e di una bellezza travolgente, andata alla foce del fiume con le sue ancelle per lavare dei panni. Nausicaa non si spaventa nel vedere Ulisse in uno stato pietoso e per di più nudo. Dopo averlo ascoltato e vestito, Nausicaa gli indica la strada per arrivare a corte e gli suggerisce il comportamento più consono da assumere dinanzi ai propri genitori. Nausicaa non torna alla reggia con Ulisse perché ha timore delle dicerie dei locali.

***

Le tempeste descritte da Omero nell’Odissea sono metafore. Tutta l’Odissea è un concentrato di simboli di vario genere (ferini, umani e divini) e metafore che sono stati mirabilmente interpretati da Antonio Mercurio nel suo libro più volte citato. Le tempeste si scatenano quando ci poniamo in modo malsano e violento dinanzi alla vita, ovverosia quando siamo posseduti e in balia dell’odio, delle insane e violente passioni in generale, dei vizi e delle infinite pretese. I vizi umani sono la degenerazione delle passioni negate e rimosse all’infinito. I vizi non nascono da un rapporto inquinato con l’ambiente ma da un monologo alienante con se stessi fin dalle origini della vita.

I canti VI-VII-VIII dell’Odissea si riferiscono al soggiorno di Ulisse dai Feaci all’isola di Scheria popolo marinaro e pacifico dedito perlopiù allo sport e all’arte, popolo e posto che naturalmente non sono mai esistiti realmente, così come non esistono la maggior parte degli altri posti e figure fantastiche dell’Odissea. Per capire il loro reale significato, e il significato di tutti gli altri personaggi dell’Odissea, si rimanda al libro di Antonio Mercurio. Le succinte definizioni e descrizioni dei vari personaggi dell’Odissea da me qui fatte sono prese dal suo libro.

Nel canto ottavo l’aedo Demodoco, frequentatore della reggia dei Feaci, prima canta la spassosa scena di amore tra Afrodite, moglie di Efesto, e Ares (Marte). Efesto scopre i due amanti nel suo letto nuziale e li imprigiona con uno stratagemma. La scena mette in ridicolo i due amanti dinanzi agli altri dèi. Poi Demodoco rievoca la guerra di Troia e Ulisse si commuove e si copre il volto col mantello. Alcinoo se ne accorge e gli chiede il motivo del suo pianto. A questo punto Ulisse rivela la sua identità. Allora Alcinoo gli chiede di raccontare le sue avventure e Ulisse assume la scena da par suo incantando i Feaci che lo colmeranno di doni e lo sbarcheranno a Itaca.

Canti IX – X – X I – XII

I canti che vanno dal nono al dodicesimo sono considerati il cuore dell’Odissea, perché è durante gli stessi che Ulisse narra ai Feaci le stupefacenti avventure che finora ha vissuto. Nel canto nono vi è narrata la prima tappa di Ulisse dopo la partenza da Troia e cioè l’incontro con i Ciconi e poi con i mangiatori di loto, detti per questo Lotofagi. Ulisse. Non ancora sazio per tutti i tesori conquistati a Troia, giunge dai Ciconi per depredarli. I suoi compagni si attardano nella razzia, dando così il tempo ai Ciconi di riorganizzarsi e di contrattaccare. Le perdite sono pesanti perché Ulisse perde sei compagni per ogni nave (Ulisse alla partenza da Troia ha dodici navi, quindi sono settantadue gli uomini uccisi dai Ciconi). La prima tappa di Ulisse dai Ciconi è importante perché è qui che il sacerdote Marone dà a Ulisse un otre contenente vino di Ismaro per ringraziarlo di aver risparmiato lui e la sua famiglia. Questo vino, particolarmente robusto, servirà poi a Ulisse per ubriacare Polifemo e per uscire vivo dalla grotta del Ciclope insieme ai compagni sopravvissuti alla terribile avventura. Questo episodio può essere prezioso per farci riflettere che anche nelle situazioni più drammatiche ci può essere, e di solito c’è, un aspetto positivo.

Rimessosi in navigazione Ulisse, dopo nove giorni di tempesta (dopo ogni malefatta di Ulisse o dei suoi compagni, si scatena una tempesta), al decimo approda dai Lotofagi. I Lotofagi accolgono bene alcuni compagni di Ulisse mandati da lui in perlustrazione nell’isola e offrono loro il dolce frutto del loto, che ha la caratteristica di far perdere la memoria. Ulisse si mette alla loro ricerca, li trova e rendendosi conto dell’effetto obliante del loto, li imbarca con la forza e riprende il viaggio per evitare che tutto l'equipaggio, stordendosi col loto, resti lì e dimentichi il ritorno.

Il vertice dell’angoscia e del terrore Ulisse e i suoi compagni li vivono nell’antro di Polifemo, dove sono entrati per l’irrefrenabile curiosità di Ulisse e alla ricerca di cibo. Polifemo è un essere selvaggio e mostruoso, con un solo occhio, che non rispetta le regole dell’ospitalità né tanto meno rispetta le leggi divine. Polifemo divora, a due a due, sei compagni di Ulisse. Poi è accecato dallo stesso Ulisse e dai suoi compagni e riesce a uscire dalla spelonca di Polifemo con il famoso stratagemma del nome (Nessuno) e delle pecore e montoni (lui e i suoi compagni si nascondono sotto la pancia degli animali per sfuggire al mostro). Uscito indenne dalla grotta Ulisse non riesce a frenare la sua hybris e, nonostante la disapprovazione dei compagni, schernisce Polifemo, mettendo in pericolo la sua vita e quella dell’equipaggio perché Polifemo lancia degli enormi massi verso la nave, mancandola di poco.

C’è da chiedersi perché Omero descrive la figura di Polifemo, che simbolizza la madre primordiale antropofaga che si nutre della vita dei figli, al maschile (oltre a quella di Poseidone). A mio avviso per porre l’accento sullo stravolgimento dell’identità femminile, dell’animo femminile in generale, quando si mascolinizza e si arroga il diritto di vita e di morte sulla vita del figlio, non rispettandolo nella sua identità, individualità e progettualità, specialmente quando è posto in una situazione di assoluta dipendenza e bisogno qual è la vita nell’utero. Omero descrive la madre-utero più rozza e primitiva al maschile e quella più evoluta al femminile. In ogni caso l’una e l’altra, seppure con comportamenti diversi (con la violenza la prima (Polifemo e Poseidone) e con la seduzione la seconda (Circe, Calipso e soprattutto le Sirene), modi di essere che spesso si sommano, divorano la vita del figlio che porta in grembo.

Nel canto decimo è narrato l’incontro con Eolo, il dio dei venti.
Eolo è il contraltare di Poseidone perché, diversamente dal dio del mare che scatena paurose tempeste marine, ha la capacità di imbrigliare i venti. Da lui Ulisse si ferma per un mese. Alla fine del soggiorno all’isola Eolia, Eolo dona a Ulisse un otre, dove vi sono racchiusi i venti contrari al proseguimento del suo viaggio esistenziale. Giunti in vista di Itaca, i compagni di Ulisse, pensando che l’otre contenga dei tesori, posseduti dall’invidia aprono l’otre e all’istante si scatena una violenta tempesta che li allontana da Itaca e li riporta verso Eolia. Ulisse è disperato e pensa di buttarsi in mare e farla finita. Poi, superati l'angoscia e il dolore, Ulisse va da Eolo e gli chiede un nuovo aiuto ma il dio dei venti lo scaccia malamente.

Continuando a navigare per mare in cerca di posti e genti da saccheggiare, Ulisse arriva a Lestrigonia, un posto abitato da giganti antropofagi, i Lestrigoni: E qui Ulisse perde undici delle dodici navi con relativi equipaggi. È la perdita più grave fin qui patita da Ulisse. La particolarità di questo posto secondo Omero è che nella terra dei Lestrigoni la notte è così breve che il pastore che esce sul fare del mattino per portare il gregge al pascolo incontra il pastore che rientra perché sta calando la sera.

In seguito Ulisse giunge all’isola di Circe. Qui alcuni suoi compagni, mandati da lui in perlustrazione nell’isola, arrivano in un posto ambiguo abitato dalla maga Circe. Lei sembra accoglierli bene ma subito dopo con una bacchetta magica li trasforma in porci. Un superstite della spedizione, Euriloco, parente di Ulisse, che ha assistito alla scena non visto dalla maga, torna atterrito da Ulisse e gli racconta l’accaduto. Allora Ulisse decide di andare da Circe per tentare di salvarli. I compagni rimasti con lui sono impauriti e si rifiutano di seguirlo, così Ulisse parte da solo. Durante il tragitto incontra Ermes che lo istruisce del pericolo che lo attende. Ermes dice a Ulisse che se vuole neutralizzare i filtri magici della maga deve assumere l’erba “moly”. Ulisse segue i consigli del messaggero di Zeus e quando giunge da Circe e lei tenta di ridurlo in porco, riesce a neutralizzarne il maleficio e a imporle di ritrasformare i suoi compagni in esseri umani. Ottenuto ciò, Ulisse si ferma per un intero anno da Circe e poi, sollecitato dai suoi compagni, se ne separa e si rimette in viaggio. Sarà proprio Circe a dare istruzioni dettagliate a Ulisse su come calarsi nel regno dei morti senza rischi. Durante il soggiorno da Circe Ulisse perde un altro compagno, Elpenore, che ubriaco cade dal tetto della casa della maga, dove era salito per dormire. Al risveglio, dimentico del posto in cui si trova, precipita nel vuoto e si rompe l’osso del collo. Ulisse lo seppellirà con tutti gli onori quando ritornerà da Circe dopo avere visitato il regno dei morti.

Ulisse giunto nell’Ade incontra Tiresia, il vate cieco, che lo istruisce sul comportamento da assumere in quel luogo di dolore. Invero Tiresia aggiunge poco rispetto alle istruzioni che Ulisse ha già ottenuto da Circe. Nell’Ade Ulisse incontra le persone a lui più care che non ci sono più, innanzitutto la madre Anticlea. Poi incontra una schiera di donne ed eroine. La discesa di Ulisse nell’Ade, narrata nel canto undicesimo è, a mio avviso, l’avventura più difficile da penetrare rispetto alle altre, perché essa descrive la parte più profonda dell’inconscio e dell’animo umano. Ulisse infine incontra Agamennone, che gli dà preziosi consigli sulle donne, assai utili per non rischiare di fare la stessa fine. Poi incontra Achille che si rende conto della vacuità della gloria e per questo rimpiange la vita e Ulisse lo rincuora in modo commovente (la gloria è come un lampo: ti illumina un istante e poi svanisce). Poi gli appare Aiace Telamonio che da morto assume lo stesso comportamento rancoroso che aveva da vivo e altri eroi del Pantheon greco, soprattutto Ercole. È significativo che Omero ponga un eroe così celebrato in questo luogo. Come a dire che l’immortalità spesso a lui attribuita è fittizia. È nell'Ade che Ulisse apprende molti segreti della vita e della morte.

Con il canto dodicesimo termina il racconto delle avventure di Ulisse ai Feaci, che incantati dalla sua figura e dalla sua eloquenza lo colmeranno di doni e lo riporteranno dormiente a Itaca, pagando però a caro prezzo la loro generosità perché Poseidone, essendo adirato con Ulisse, li punirà pietrificando al ritorno la nave che ha condotto Ulisse a Itaca e coprendo il loro paese con una montagna. 
In questo canto Ulisse prima racconta dell’incontro con le Sirene, figure con la testa femminile e con il resto del corpo di uccello, simbolo di voracità. Le Sirene con il loro canto ammaliante e seducente attraggono nella loro isola e interrompono la navigazione di tutti quelli che si fermano ad ascoltarlo. Ulisse a fatica supera indenne questa tappa. Ci riesce facendosi legare all'albero maestro della nave e tappando le orecchie dei suoi compagni con la cera.

Poi arriva a Scilla e Cariddi.
In seguito al suggerimento di Circe, per evitare una catastrofe totale che l’attenderebbe se scegliesse di passare per Cariddi, un gorgo spaventoso che si ripete tre volte al giorno e che inghiotte tutto ciò che passa nelle vicinanze, decide di passare per Scilla, un mostro con sei teste e dodici piedi, perdendo sei dei suoi compagni. Per Ulisse questa è la scena più cruenta che lui abbia mai visto. 

Il canto termina con la tappa nell’isola Trinacria, l’isola delle vacche sacre del Sole.
Ulisse cerca di evitare questo luogo ma non ci riesce per l’insistenza dei compagni, che sfiniti dalla fatica vogliono fermarsi. Ulisse sa bene del pericolo che incombe a Trinacria perché avvertito da Circe e chiede loro, tramite un giuramento, di non toccare le vacche del Sole. I compagni di Ulisse resistono per un po’ ma poi e per la bonaccia che si protrae e che non permette loro di riprendere la navigazione e per le provviste di cibo che cominciano a scarseggiare, approfittando di un momento di riposo di Ulisse, commettono un grave sacrilegio divorando, stoltamente e avidamente, le vacche sacre del Sole e per questo periranno tutti. È Zeus che scatena una terribile tempesta subito dopo la loro partenza dall’isola. Solo Ulisse, aggrappandosi a un relitto della nave, rimane vivo ed è portato dalla corrente verso Cariddi. Per evitare di essere inghiottito dal suo vortice, Ulisse si aggrappa a un albero di fico e, per l’ennesima volta, riesce a salvarsi. E così malconcio giunge da Calipso.

Rispetto alla credenza popolare del dio punitivo e vendicativo, che non è solo una distorsione religiosa ma, a quanto sembra, spesso anche mitologica, e cioè l’attribuzione del castigo delle malefatte umane alla divinità, è qualcosa che ci portiamo appresso da secoli. Infatti, non è Zeus che scatena la tempesta ma, come giustamente ha osservato Antonio Mercurio nella sua stupenda lettura dell’Odissea, sono stati Ulisse e suoi compagni a scatenare la tempesta e perire a causa della loro avidità. Il sacrilegio, vale a dire agire le proprie passioni e pretese in modo indiscriminato e dappertutto, supponendo che alla fine non se ne paghino le ineluttabili tragiche conseguenze è illusorio, perché comportamenti siffatti comportano sempre e in ogni caso un naufragio, sia esso fisico o esistenziale.
L’uomo da sempre proietta la colpa e la susseguente punizione dappertutto, finanche sul divino, perché entrambe possono distruggerlo. Ma non sa che la loro negazione, rimozione e proiezione, sono più pericolose; soprattutto non sa che l’assunzione, l’elaborazione e il superamento della colpa possono purificarlo e porlo in uno stato di pace e serenità.
Dostoevskij, e altri prima e dopo di lui, ci hanno ammonito che Delitto e castigo fanno parte della condizione umana e sta alla responsabilità di ogni persona fare di tutto per assumerli e liberarsene.

Canti XIII – XIV – XV – XVI

Con il canto tredicesimo siamo nel mezzo del poema omerico. I rimanenti canti sono perlopiù interlocutori e sono incentrati sulla figura dei Proci, su come liberarsene e infine su come riconquistare il cuore di Penelope da parte di Ulisse.

Il profondo sonno che coglie Ulisse durante il viaggio dalla terra dei Feaci a Itaca si può spiegare anche nel seguente modo: Ulisse si può abbandonare a esso perché i suoi traumi e conflitti, e i mostri che essi scaturiscono, li ha attraversati e risolti. Ulisse ora non si sente più minacciato, quindi può rilassarsi in un sonno sereno e ristoratore.

Come si è detto prima, la terra dei Feaci, Scheria, non è mai esistita, poiché essa non è un luogo fisico, ma è uno stato dell’essere, uno stato di profonda e stabile armonia interiore. Condizione esistenziale che si raggiunge dopo avere unificato e pacificato se stessi completamente e fino in fondo, dopo avere pacificato e unificato se stessi con le figure genitoriali rappresentate da Alcinoo e Arete. E infine dopo aver pacificato e unificato se stessi col cosmo (Atena e Zeus). È la riconquista della bellezza prima descritta da Antonio Mercurio, bellezza che nell’Odissea è rappresentata da Nausicaa.

Il canto quattordicesimo narra di Ulisse che al risveglio si mette in cammino, ma non va direttamente alla reggia. Con l’astuzia che l’ha sempre contraddistinto e con il bagaglio esistenziale che ha acquisito nel corso del suo lungo peregrinare, e soprattutto con quanto ha appreso della donna nella discesa nell’Ade per bocca di Agamennone, arriva nei pressi del fedele porcaio Eumeo, non senza correre rischi. Infatti, quattro cani ringhiando gli vanno incontro minacciosamente ma Eumeo, sentendoli abbaiare, li calma e lo salva. Il porcaro lo accoglie calorosamente, gli da del cibo e ospitalità e lo informa dello stato in cui si trova la moglie Penelope e il figlio Telemaco alla reggia. Ulisse naturalmente non gli si rivela e quando Eumeo gli chiede chi è e da dove viene, lui s’inventa l’ennesima e complicata storia.

Il canto quindicesimo.
Parallelamente al ritorno di Ulisse a Itaca, avviene anche quello di Telemaco, a conferma del percorso comune. Era stata Atena a spingere Telemaco a staccarsi dalla madre. È sempre Atena che adesso va da Menelao a Sparta, dove al momento Telemaco si trova, per indurlo a ritornare a casa per ricongiungersi col padre e per completare così la sua crescita. Mentre Telemaco sta salpando per Itaca, si presenta un fuggiasco di nome Teoclimeno, indovino. Costui dice a Telemaco che ha dovuto uccidere un uomo per difendersi e adesso ha paura che i parenti della vittima uccidano lui. Sentita la storia e capendo che Teoclimeno non è colpevole, Telemaco lo accoglie sull’imbarcazione. Durante il viaggio di ritorno di Telemaco a Itaca, i Proci gli tendono un’imboscata per ucciderlo che però fallisce.

Il canto sedicesimo narra del commovente incontro tra Ulisse e Telemaco nella casa di Eumeo. È Atena che lo favorisce, spingendo Ulisse a svelarsi al figlio (la dea è percepita solo da Ulisse). Telemaco informa il padre della situazione esistente a corte (in parte lo aveva già fatto Eumeo). Poi padre e figlio cominciano a fare un elenco dei Proci (che sono 108, esclusi gli accompagnatori) e, con l’aiuto di Atena, tessere un piano per eliminarli. Per portare a compimento questo piano Ulisse raccomanda a Telemaco di non svelare la sua identità a nessuno, nemmeno alla madre. 

Canti XVII – XVIII – XIX – XX

Il canto diciassettesimo.
Per il ritorno alla reggia, Telemaco e Ulisse si separano. Ulisse è accompagnato da Eumeo. Durante il viaggio incontra per strada l’infedele capraio Melanzio, un altro servo di Ulisse, che li insulta pesantemente e Ulisse da un’ennesima prova della sua capacità di frenare la sua reattività.

 Così come ci sono stati tradimenti e delitti a Troia tra gente blasonata (Paride ed Elena, Clitennestra ed Egisto, per citarne alcuni), lo stesso accade a Itaca. Ulisse infatti qui scopre che ci sono principi infedeli (i Proci) e servi infedeli (Melanzio e Melantò). In sostanza, Omero ci sta avvertendo che non è prudente fidarsi delle apparenze, nemmeno dei mendicanti, dei titoli e dei ruoli altisonanti perché la violenza e il male si annidano dappertutto, anche laddove meno ce lo aspettiamo, specialmente lì.

Nella reggia padre, madre e figlio si riuniscono, anche se Ulisse ancora non si disvela a Penelope e ai Proci, che imperterriti continuano a insultare e gozzovigliare sfrontatamente. Col ritorno a Itaca Ulisse, con la partecipazione di Atena, è sottoposto a una serie infinita di umiliazioni o, per essere più precisi, di gesti di umiltà che sono necessari per proteggersi, per liberarsi dei Proci e per espugnare Penelope cuore di pietra e fondersi con lei al fine di creare la bellezza seconda annunciata da Antonio Mercurio.

La differenza tra l’umiliazione e l’umiltà è che la prima è subita, mentre la seconda è una scelta consapevole di piegarsi dinanzi a situazioni e persone pericolose per uscirne indenni. La prima è una violenza che generalmente ci fanno gli altri. La seconda è una violenza amorosa che dobbiamo fare a noi stessi per piegare l’Io orgoglioso e la corazza narcisistica che lo mantiene in essere, Io che tiranneggia di continuo la nostra e pure altrui vita. L’umiltà è il prerequisito per qualsiasi cambiamento, grande o piccolo che sia. Senza umiltà non si va da nessuna parte nella vita. L’opposto dell’umiltà è l’orgoglio e senza smussarlo preliminarmente non è possibile nessun vero e duraturo cambiamento.
È l’orgoglio il muro di gomma su cui s’impantana di più la vita. L’orgoglio è un dissennato braccio di ferro con la vita dalla quale se ne uscirà sempre e in ogni caso sconfitti, perché se noi non ci pieghiamo alla vita, alle sue leggi, la vita alla fine piegherà noi.

Ulisse a Troia combatteva a fianco di gente blasonata e potente, ma anche arrogante e orgogliosa (Agamennone, Achille e Aiace, per citarne alcuni). A Itaca, nella battaglia finale con i Proci, può contare, oltre che su Telemaco e Atena (senza il suo continuo sostegno il viaggio di Ulisse sarebbe stato impossibile), sull’aiuto di due umili e fedeli servitori: il porcaio Eumeo e il bovaro Filezio. Questo significa che se Ulisse vuole liberarsi dei Proci, di ciò che essi rappresentano, deve, appunto, fare un bagno di umiltà. A conferma di ciò si aggiunge il fatto che Ulisse deve entrare nella sua casa da mendicante.

Nel canto in questione vi è pure descritto il commovente incontro tra Ulisse e il suo cane Argo, che dopo avere riconosciuto il suo padrone, muore di schianto. Sono passati venti lunghi anni dalla partenza e fino al ritorno di Ulisse a Itaca. Nel frattempo tutto è cambiato per lui e la morte di Argo verosimilmente indica la fine di un’epoca, il distacco da un passato che non c’è più per fare spazio a un mondo nuovo.

Il canto diciottesimo è incentrato sulla lotta tra Ulisse e Iro, un girovago che frequenta la reggia. Qui Ulisse tocca la vetta dell’umiltà perché, nella sua casa, oltre che essersi presentato da mendicante, deve contendersi il cibo con Iro, che vuole cacciarlo. Iro lo provoca malamente e Ulisse, che fa di tutto per evitare lo scontro perché non vuole correre il rischio di essere riconosciuto, lo abbatte e lo porta fuori dalla reggia per un piede. I Proci assistono divertiti alla scena, senza minimamente immaginare che fra poco toccherà pure a loro fare la stessa fine. A Ulisse si avvicina Anfinomo, uno dei Pretendenti di Penelope. Lo fa con gentilezza e Ulisse, mosso a pietà, cerca di avvertirlo del pericolo che incombe, ma lui non capisce o non vuole capire e resta lì andando incontro alla morte.

La cecità prolungata dei Proci (e anche dei compagni di Ulisse), che stupidamente hanno ignorato una serie infinita di avvertimenti e di segnali premonitori prima che perissero miseramente, segnali divini e umani (Atena e Zeus, Aliterse e Teoclimeno), allude al fatto che la stoltezza umana non ha limiti, perché prima che la tragedia si compia ci ostiniamo a non volerli vedere né sentire per porvi rimedio, scaricando poi sul destino avverso, su altri o addirittura sulla divinità le nostre responsabilità e colpe.
Le passioni sfrenate e le intollerabili e infinite pretese offuscano la mente, induriscono il cuore e ci distanziano dal SÉ. Qualche volta è capitato anche a me e ne ho pagate le inevitabili e amare conseguenze, sempre. E più tenace e prolungata è stata la mia ottusità in simili circostanze, più grosso è stato il rischio che ho corso, fino al punto di rischiare la vita con un tumore. Il male che ci fanno gli altri è poca cosa rispetto a quello che ci possiamo fare da soli con le nostre ottusità, pretese e passioni. È bene tenere sempre a mente questo.

Nell’Odissea i personaggi che non si unificano e si armonizzano attorno alla figura di Ulisse, cioè col fluire della Vita, alla fine periscono. E che questo accada fisicamente o esistenzialmente è secondario; anzi, delle volte la morte può essere una liberazione per certe vite devastate in modo irreversibile.

Ulisse poi osserva sapientemente qual è la situazione dentro la sua casa per portare a compimento la distruzione dei Proci. Nel canto in questione vi è pure descritto lo scontro tra Ulisse e l’infedele serva Melantò, sorella dell’altro traditore Melanzio, il guardiano di capre, delatrice (è Melantò che riferisce ai Proci l’inganno della tela) e amante di Eurimaco, il pretendente più conosciuto dopo Antìnoo.

Nel canto diciannovesimo vi è il primo incontro tra Penelope e Ulisse dopo il suo ritorno a Itaca. Il confronto è una vera e propria partita a scacchi dove entrambi cercano di capire a che punto è la vita dell’altro dopo venti anni di separazione. Penelope chiede a Ulisse di svelare la sua identità (è inverosimile che Penelope non riconosca Ulisse fisicamente; invero non lo riconosce come uomo e come suo sposo) e Ulisse s’inventa, ancora una volta, una provenienza fantasiosa. Poi Penelope racconta a Ulisse come ha tenuto a bada i Proci per tre anni con la storia della tela che tesseva di giorno e sfilava di notte. Nel canto in questione Penelope racconta a Ulisse il sogno di un’aquila che uccide le sue oche. Quando Ulisse glielo interpreta, lei ne è dispiaciuta (le oche rappresentano i Proci e l’aquila Ulisse che li uccide). Infine Penelope, con l’aiuto di Atena, ha l’ispirazione della gara con l’arco. A questo punto si comincia a entrare nel pathos dell’imminente distruzione dei Pretendenti.

Il canto ventesimo inizia con Ulisse che assiste alle nefandezze delle ancelle infedeli e dei Proci che, oltre a abbuffarsi senza sosta nella sua casa, si accoppiano sfrontatamente tra loro. Ulisse per l’ennesima volta deve frenare il suo sdegno e l’aggressività (“Il cuore gli latrava di dentro”). Ulisse è inquieto della battaglia che l’aspetta contro i Proci ma, ancora una volta, appare Atena a rincuorarlo. Poi per la prima volta entra in scena la figura di Filezio, il fedele bovaro che lo aiuterà nello sterminio dei Proci. Ciò che impressiona di più in questo canto, è il livello di alienazione raggiunto dai Pretendenti, che sono completamente distaccati da se stessi e dalla realtà. Ne è conferma che la profezia di Teoclimeno, ospite alla reggia di Telemaco, sulla loro prossima fine cade nel vuoto ed è addirittura derisa. 
Quando smarriamo la rotta della vita troppo a lungo e imprudentemente, ci può essere un punto di non ritorno e dobbiamo essere sempre vigili a non varcarlo. I Proci l’hanno fatto e per questo periranno tutti. Per evitare questo rischio, ci possono essere molto utili le “Regole della navigazione notturne degli Ulissidi”, di Antonio Mercurio, ed. S.U.R., Roma.

Canti XXI – XXII – XXIII – XXIV

Il canto ventunesimo è incentrato sulla gara con l’arco ed è un capolavoro di astuzia corale tra Ulisse, Telemaco e Penelope per liberarsi dei Proci (come il solito vi è l’intervento di Atena, che ha ispirato a Penelope la gara). Penelope promette che chi vincerà la gara l’avrà in sposa. La gara consiste nell’attraversare con una freccia i fori di dodici scuri perfettamente allineate. A sorpresa il primo a proporsi per il tiro con l’arco è Telemaco che dopo tre tentativi falliti, al quarto potrebbe anche riuscirci, ma il padre con un cenno lo dissuade. Poi via via tocca ai Pretendenti. Ovviamente tutti falliscono nella prova. Ulisse nel frattempo si è appartato con Eumeo e Filezio, li ha informati della sua identità e chiede loro se sono disposti ad aiutarlo nella distruzione dei Proci. I fedeli servitori non aspettavano altro. Poi, nonostante l’opposizione dei Proci verso Ulisse nel farlo partecipare alla gara, tocca a lui scoccare la freccia e le dodici scuri sono perfettamente attraversate. Un enorme tuono scoccato da Zeus è vissuto da Ulisse come approvazione divina del suo agire: i Proci vanno distrutti. I Proci intuiscono cosa sta accadendo e precipitano nel terrore.

Il canto ventiduesimo descrive la mattanza dei Proci e dei servi infedeli.
Siamo alla resa finale dei conti che porta Ulisse, Telemaco e i due fidi servitori alla distruzione totale dei Proci, com’è giusto che sia. Ulisse ordina a Eumeo di chiudere le porte del palazzo per evitare una possibile fuga dei Pretendenti. Poi comincia la strage. È Ulisse a scagliare la prima freccia, centrando nel collo il più arrogante dei Proci Antìnoo. Poi si ha una pietosa scena di viltà di Eurìmaco, che cerca di addossare ad Antìnoo tutta la responsabilità di quello che è accaduto finora nella casa di Ulisse, sperando così di essere da lui risparmiato. Quando si rende conto che Ulisse è inamovibile nel portare avanti la battaglia, incita se stesso e gli altri alla lotta ma Ulisse lo centra nel petto con una freccia. A un certo punto della battaglia Ulisse rimane senza frecce e ha un momento di sconforto ma Atena, sotto le sembianze di Mentore, interviene prodigiosamente incoraggiandolo. Poi Eumeo e Filezio lo riforniscono e si forniscono di armi e con queste continuano a combattere fino a che tutti i Proci, a uno ad uno, non sono stati sterminati. Poi tocca alle ancelle infedeli essere giustiziate tramite impiccagione (dodici su cinquanta). (Sarebbe interessante un’analisi della numerologia in Omero). Ulisse risparmia solo il cantore Femio e Medonte. Quest’ultimo è salvato da Telemaco perché lo aveva protetto quando i Proci tramavano per ucciderlo e perché non si è macchiato di infamia come i Proci. “Così, per la loro follia, destino infame hanno avuto”. (Canto XXII: V. 317) Euriclea è tentata di gioire per la distruzione dei Proci ma Ulisse l’invita alla moderazione. Non è bello gioire quando qualcuno muore, fosse anche il peggiore degli uomini. Quando tutto è compiuto, Ulisse ordina che la casa sia pulita perfettamente e purificata con lo zolfo e col fuoco: sala, soffitto e cortile. Poi dice ad Euriclea di fare scendere la regina da lui. (Penelope durante la battaglia con i Proci si era rifugiata al piano superiore della reggia).

I Proci, rammenta Antonio Mercurio, non abitano solo la reggia di Ulisse ma anche la nostra “casa”. I peggiori nemici della nostra vita non sono all’esterno, ma albergano dentro ognuno di noi e ci vuole del tempo per scoprirli e per liberarsene. È difficile rendersi conto della loro presenza perché risiedono negli abissi dell’inconscio e dell’animo umano.

Nel canto ventitreesimo, Ulisse e Penelope si ritrovano di fronte. Dopo un’iniziale e tenace resistenza, Penelope si arrende a Ulisse, riconoscendolo come suo legittimo sposo. La prova finale cui Penelope sottopone Ulisse per essere sicura della sua identità, è quella famosa del talamo. Ulisse sfinito esprime il desiderio di dormire e Penelope dice a Euriclea di spostare il letto nuziale. Lui sdegnato dice che non è possibile perché è stato costruito attorno ad un enorme ulivo. A questo punto Penelope si convince che la persona che ha di fronte è Ulisse e si butta nelle sue braccia.

Il rapporto di coppia tra un uomo e una donna è la battaglia più lunga e più aspra della vita, battaglia che, se combattuta saggiamente e vinta, può spalancarci le porte dell'immortalità. Ulisse nel talamo racconta a Penelope le sue avventure e ogni cosa tra loro si ricompone. Atena partecipa alla loro intimità, prolungando la notte (il tempo si può dilatare in base allo stato d’animo e all’atmosfera che si crea).
È l’apoteosi! Ora Ulisse e Penelope possono celebrare le nozze alchemiche e ciò che tale fusione comporta: la creazione della bellezza seconda e la conquista dell'immortalità, come suggerisce Antonio Mercurio. Si svela così il senso finale del lungo peregrinare di Ulisse e l’immane fatica e l’immenso dolore che ha dovuto attraversare per ben venti lunghi anni lontano da Itaca.

Con il canto ventiquattresimo si chiude l’incredibile e fantastica avventura di Ulisse. All’inizio il canto ripropone il tema della morte con le anime dei Proci che sono guidate da Ermes nell’Ade. Nel regno dei morti le anime degli eroi della guerra di Troia Achille e Patroclo, Aiace, Agamennone e Antìloco e altri ancora parlano del tempo che fu, come se niente fosse cambiato nemmeno lì. Quando Agamennone vede giungere l’anima di Anfimedonte, un Itacese ucciso nella strage dei Proci (Agamennone lo riconosce perché da vivo era stato ospite del padre), gli chiede il motivo della sua morte. Anfimedonte ripercorre il ritorno di Ulisse a Itaca, la gara con l’arco e la strage finale.

Poi la scena si sposta nei campi, dove si trova il padre di Ulisse Laerte. Ulisse va a trovarlo accompagnato da Telemaco e dai fedeli servitori. Laerte è in uno stato pietoso. Ulisse, come il solito, prima non si fa riconoscere, ma poi, dinanzi allo strazio del padre per l’assenza prolungata del figlio, gli si rivela e padre e figlio si abbandonano a un pianto di gioia. Ulisse gli racconta tutto e del rancore che gli Itacesi nutrono per lui per avere ucciso i loro figli (I Proci). Per questo gli Itacesi si sono organizzati e stanno marciando sul posto per vendicarsi. I rivoltosi sono guidati da Eupite, il padre di Antìnoo (verrebbe da dire, tale padre tale figlio!). Laerte, sdegnato per la violenza che egli dimostra, ma soprattutto rinvigorito dalla presenza del figlio, scaglia una lancia e lo uccide. A questo punto la scaramuccia si risolve rapidamente e gli Itacesi si riconciliano (a favorire la pace vi è l’ennesimo intervento di Atena e di Zeus). Questo accade perché Ulisse non ha più bisogno di combattere. Le sue battaglie, fuori di lui e soprattutto dentro di lui, le ha combattute e vinte. Adesso può godersi serenamente la sua casa e i suoi affetti ed essere un esempio per noi tutti e per le future generazioni.

(Gabriele Palombo)




[1] Antonio Mercurio "Ipotesi su Ulisse", ed. S.U.R., Roma 2007